La Repubblica:

“Non hai ancora 19 anni? Sei troppo giovane per la cannabis”. Ma gli esperti bocciano lo studio

La Repubblica dà la notizia di uno studio condotto in Canada che si è chiesto se l’età di 18 anni, che è richiesta in quel Paese dal 2018 per poter acquistare e consumare legalmente cannabis non per uso medico, fosse abbastanza protettiva per i cittadini. 

E riporta anche che gli esperti italiani lo “bocciano”.

Studio canadese sul consumo di cannabis

Lo studio ha analizzato cosa è successo a un campione di oltre 20.000 consumatori di cannabis che avevano iniziato l’uso a diverse età: prima dei 18 anni, nel diciottesimo anno d’età, tra i 19 e i 20 e tra i 21 e i 24 anni, considerando risultati scolastici, fumo di sigaretta, salute fisica e mentale generale. Sulla base dei risultati, hanno registrato che l’età minima a cui i politici dovrebbero autorizzare l’uso legale di cannabis, riducendo al minimo i danni e i rischi, è di 19 anni.

Gli autori non hanno trascurato di ricordare le conoscenze attuali, che indicano che fino ai 25 anni il cervello è in una fase di completamento dello sviluppo: si sono posti però in un atteggiamento pragmatico, cercando di ridurre un aspetto critico della decisione politica di legalizzazione della cannabis, collegata a sua volta alla pervasiva diffusione della cannabis stessa nella società occidentale consumistica, più facile da trovare del pane anche in tempi di COVID.

La risposta degli italiani: “le cose che fanno male non è bene assumerle”

Gli “esperti” italiani, in tutta risposta, affermano che le cose che fanno male non è bene assumerle. Ma si spingono anche oltre a questa innovativa affermazione: ritengono che collaborare con chi ha un problema di gestione della società, indicando un modo per minimizzare i danni (lo studio canadese, di fatto, dice al Governo che l’età di 18 anni non va bene, che alzandola anche solo di un anno, a 19, si ridurrebbero significativamente i rischi) non è etico. È pragmatico, ma non è etico.

 

Ed ecco qua, lo stigma: lo studio è “bocciato” non con una revisione critica del metodo o dei risultati, ma perché si sa (tutti lo sanno, ma proprio tutti, anche gli esperti) che la droga è male. E chi studia la droga per capire come gestirla non è etico. Così, con i giudizi al posto della voglia di capire, si creano le condizioni perché chi usa droghe si nasconda, si vergogni, non ne parli, non chieda aiuto se non quando è davvero nei guai e magari è tardi; perché si informi e si formi per vie oscure, perché faccia esperienze in solitudine o accompagnato da altri come lui.

La cannabis è una droga e la legalizzazione della droga è un dibattito aperto e continuo, tutt’altro che facile o chiaro, come gli stessi autori canadesi ricordano nel loro lavoro. Ma certo un atteggiamento pragmatico, realistico, interessato alla vita di chi incontra la droga, potrebbe aiutare a cambiare la storia delle persone e, forse, anche della nostra società civile.