Sfatiamo il mito per il quale l’atleta debba per forza essere una persona sana e salutista, un uomo o una donna che non cede mai ad alcuna debolezza: l’atleta fuma, beve, può cadere in depressione e in altre forme di sofferenza psicologica; l’atleta può fare uso di sostanze e diventarne dipendente. L’atleta, in poche parole, è un essere umano.

Abituati a vederlo battere record in bicicletta, in un match di tennis, o calciare perfettamente un pallone in rete, gli abbiamo attribuito un ruolo di supereroe: agile e forte, costante, coraggioso e sempre pronto a battersi. L’atleta è qualcuno in cui si crede ciecamente, uno che sbaglia poco e sa rialzarsi se necessario, un attore nel gran teatro dello sport. E come un attore quando finisce lo spettacolo, l’atleta, quando rientra a casa, torna a una vita normale: atteso dalla famiglia o dagli amici, da un gatto o da nessuno, si fa probabilmente una doccia e cena normalmente, come faremmo noi persone comuni, conversa o legge, guarda la televisione, dorme. 

Nella sua normalità, lo sportivo è anche capace di soffrire, di cedere a vizi dannosi, di farsi del male. L’Agenzia mondiale antidoping (WADA – World anti-doping agency) sembra averne preso atto, e ha ridotto la squalifica degli atleti che fanno uso di cannabis e cocaina da quattro anni a tre mesi (se l’uso è avvenuto fuori dalle competizioni e non era rivolto alla prestazione sportiva) e a un mese, se l’atleta accetta di sottoporsi a un programma di riabilitazione. Dice la WADA: come per l’MDMA e l’eroina, si tratta “di sostanze spesso abusate nella società al di fuori del contesto dello sport”. In particolar modo cocaina e cannabis, sono ormai estremamente diffuse tra i giovani, nell’età in cui emergono nello sport. WADA accetta questo “cambiamento sociale” e dimostra un approccio alla realtà più articolato, invitandoci a trattare gli atleti che abusano di sostanze come persone normali in difficoltà, uomini e donne che, come tutti, desiderano probabilmente liberarsi dalle proprie dipendenze.

Il Ciclismo

Prendiamo l’esempio del ciclismo, uno degli sport che ha riscontrato tra i numeri più alti di positivi alla cocaina nel corso degli ultimi anni. Raccontandosi a Repubblica (22 aprile 2016), il ciclista Mattia Gavazzi parla della cocaina come di “un guaio della società” che viene messo in luce nel suo sport per il semplice fatto che i ciclisti sono costantemente controllati, “al contrario della gente comune, noi dobbiamo spiegare”, afferma. E lui ne sa, perché di controlli non ne ha superati molti. Il primo a sedici anni, quando la cocaina era “soltanto un gioco”, poi prima dei ventitré, quando “era già dipendenza”, e il colpo finale che gli ha stroncato la carriera nel 2010,  ma che allo stesso tempo l’ha costretto a entrare in comunità e successivamente a uscirne, fino a quando non ci ricascherà per colpa di una delusione d’amore, nel 2016. “Non ci si fa per vincere. Ma quello della cocaina è comunque un problema serio. (…) Sono parecchio deleteri anche i dopo-corsa, le feste e l’ambiente che ci circonda, bisogna avere una grande saldezza di nervi per non caderci”.

Prima di lui il caso Marco Pantani, la cui scomparsa risale a diciassette anni fa, il 14 febbraio 2004, ed è ancora argomento di discussione nei media. Intossicazione da cocaina e da farmaci, anche se il suo amico e spacciatore, e sua madre, tutt’ora contestano la diagnosi. Se la causa della sua morte è fonte di polemica, la sua tossicodipendenza è sempre stata chiara a tutti: ha inizio nel 1999, afferma il Corriereromagna.it in un articolo che ricostruisce il rapporto del ciclista con la cocaina. “Nessuno, però, parlò mai dei veri problemi dell’uomo: si discuteva di squadre, di sponsors, di contratti. Il campione è un po’ giù, si disse” ma Pantani non era un po’ giù, era un tossicodipendente e aveva bisogno d’aiuto. Non si trattava semplicemente di far rialzare un “campione”, bisognava liberare e risollevare un uomo.

La Squalifica non Libera

La decisione dell’Agenzia mondiale antidoping è stata presa nell’interesse delle gare: assumendo cannabis, cocaina, ecstasy o eroina, l’atleta non altera la sua performance e il risultato delle competizioni non viene condizionato. Questa decisione, tuttavia, rivela una lezione molto più grande – sulla cui consapevolezza effettiva non è importante approfondire ora – che ricorda gli insegnamenti di Michel Foucault: rinchiudere per correggere non è mai la soluzione. Con l’aggiornamento del Codice WADA, la riduzione della squalifica alleggerirebbe l’isolamento forzato dell’atleta dal proprio mondo, quello dello sport, eliminando la pretesa di ricostruire un individuo “nuovo” attraverso la punizione. Perché l’inclusione funziona più dell’esclusione, perché uomini e donne sportivi non sono solo campioni, sono uomini e donne come tutti.

Riprendi il controllo della tua vita,

libero dalla dipendenza.

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