I social network ci alienano sempre più. E ci trasformano in ‘egomostri’ – Il Fatto Quotidiano

La relazione tra essere umano e gli oggetti che ne modificano e ne potenziano le funzionalità è un tema classico della psicologia, oltre che di altre discipline. Il film “L’ultimo samurai” ha reso popolare la tematica del valore dell’uomo-guerriero: un vile con un’arma da fuoco può prevalere su un combattente coraggiosissimo e abilissimo che ne sia sprovvisto. Dall’altra, l’ingegneria biomedica ha permesso di fare cose generalmente considerate buone, anche se non necessariamente previste in natura, come utilizzare protesi e tecniche per garantire la sopravvivenza a individui che diversamente non ne avrebbero avuto possibilità.

In generale, tutta la vita dell’uomo (moderno) viene cambiata radicalmente nelle sue potenzialità da macchine e apparecchiature e questo porta con sé sempre una quota di ambiguità: ad esempio, percorriamo distanze enormi grazie ad apparecchi da cui ci facciamo trasportare anche se questo comporta costi (ecologici, economici) che in realtà non ci potremmo permettere e anche se forse provoca danni generali cui preferiamo non pensare.

I social network, in linea generale, non sono diversi dalle altre protesi e ne partecipano l’ambiguità; però hanno la caratteristica specifica di modificare le funzioni nelle relazioni umane. Relazioni umane che sono caratterizzate dall’interdipendenza e da dinamiche di dominanza-sottomissione.

La straordinaria potenza degli strumenti tecnici esalta ogni tratto della comunicazione e avviluppa ognuno nella rete delle relazioni, nel bene e nel male. Effettivamente, particolari soggetti poco in equilibrio e poco armonici possono sviluppare le caratteristiche della dipendenza: restrizione della comunicazione ai soli social; influenza sull’umore; sensazione di malessere in caso di mancanza del social e bisogno di stare sempre più collegati.

L’uso non consapevole dei social porta all’esaltazione del proprio narcisismo, che diventa ipernarcisismo, attraverso la simulazione di un piacere che non esiste, ma che appaga solo perché posso pensare che l’altro me lo invidi. Le vite vuote si riempiono di nulla, come se fosse tutto. E questo diventa patologia, da curare con il recupero di una pienezza di vita in cui la relazione con l’altro è scambio autentico, non virtuale.