Il termine gaslighting è entrato da poco nel linguaggio comune e descrive un fenomeno di violazione e manipolazione mentale che avviene tra due persone che hanno un rapporto intimo. Di solito lo si trova fra i membri di una coppia, ma si può verificare anche tra parenti stretti, sempre all’interno di una relazione intima, dove si delineano quindi due ruoli ben definiti – quello del manipolatore e quello della vittima.

Nel gaslghting si assiste a una dinamica perversa che ha come scopo di portare la vittima, giorno dopo giorno, a dubitare di sé stessa, della propria capacità di giudizio e della propria autonomia, fino a farla cedere a un sentimento di completo smarrimento. Dubitando di sé stessa, non può far altro che affidarsi al suo persecutore, in cui ha purtroppo fiducia e che vede come una unica ancora di salvezza dalla propria follia.
Si crea così un rapporto di completa dipendenza (sudditanza) da parte della vittima. Come vedremo nell’articolo, è una situazione pericolosa e dalla quale è difficile sfuggire.

Gaslight, un’opera che apre gli occhi

Il termine gaslight (letteralmente, “luci a gas”) deriva dal titolo di un’opera noir teatrale di P. Hamilton del 1938 che mette in scena in modo magistrale queste dinamiche. Il titolo originale dell’opera era “Five Chelsea Lane and Angel Street”; verrà poi modificato nel più famoso “Gaslight” nelle successive trasposizioni cinematografiche, fra cui la più celebre è quella del 1944.

Nella pièce teatrale veniva descritta la storia di una coppia borghese, Jack e Bella. Jack è un uomo manipolatore e infedele che subdolamente cerca di portare la moglie a credere di essere pazza attraverso continui cambiamenti delle luci della casa (all’epoca illuminate con luci a gas, appunto); Bella vede questi strani cambiamenti nell’ambiente intorno sé, ma il marito li nega sistematicamente, facendole credere che siano solo frutto della sua immaginazione.
Quanto queste insinuazioni apparentemente semplici possano rivelarsi devastanti per la mente è messo bene in evidenza dall’opera, e a questo proposito è sicuramente consigliabile la visione della pellicola del 1944 (“Gaslight” come titolo originale, “Angoscia” nella traduzione della versione italiana).

Un’eccezionale Ingrid Bergman, nel ruolo di Bella, riesce superbamente a portare lo spettatore all’interno di un vissuto di angoscia e smarrimento di sé provocato dalle manipolazioni dell’ambiente (le luci appunto) e dalle comunicazioni vaghe e ambigue a opera del marito.
Per fortuna a interrompere la spirale della follia interviene un poliziotto che riesce a smascherare il marito e a ridare legittimità di pensiero alla povera vittima; un lieto fine che però non sempre vediamo al di fuori della finzione cinematografica.

gaslighting

I meccanismi psicologici alla base

Il gaslighting sottende una serie di strategie perverse che hanno lo scopo di confondere, destabilizzare, sminuire e umiliare l’altro. Quando diciamo “perverso” intendiamo un atteggiamento che sfrutta e umilia l’altra persona senza che vi sia alcun senso di colpa da parte del manipolatore. Se ci pensiamo, questo fenomeno (ovviamente su una scala molto più vasta!) si può riscontrare anche nelle dittature, dove il singolo individuo viene progressivamente annientato e l’unico riferimento rimane il leader indiscusso da cui tutti e tutto dipende.

Il gaslighter, cioè colui che riveste nella coppia il ruolo di persecutore, spesso è un narcisista perverso, che necessita del dolore dell’altro per percepire sé stesso, per sentirsi vivo.

Il narcisista è una persona egocentrica, egoista, vuota, priva di sostanza e di capacità empatiche. Inoltre, sente una profonda invidia per ciò che rappresenta l’altra persona (che in qualche modo possiede tutto ciò che lui non è): la vede come una minaccia che va distrutta, ma al tempo stesso ne è anche dipendente.
Per questo non sferra un attacco verso l’altro attraverso un’esplosione di rabbia esplicita, poiché un simile gesto comporterebbe anche reazioni da parte della persona offesa, che potrebbe anche decidere di andarsene; il gaslighter mette invece in atto subdole manipolazioni quotidiane, perché vuole che il legame resti nel tempo.

Si parla anche di vampirizzazione: uno stillicidio continuo che trasforma la vittima fino a farla diventare un’ ancella. La vittima quindi deve rimanere legata a doppio filo al suo carnefice, in una dipendenza perversa in cui uno ha estremo bisogno dell’altro.

I manipolatori sono tendenzialmente persone colte, affascinanti, capaci di lusinghe e attenzioni che ingannano e circuiscono la vittima designata, la fanno sentire inizialmente speciale, la nutrono di quel bisogno di essere vista che tendenzialmente si riscontra in molte vittime di gaslighting (lo si vede molto bene nel film sopra citato).
Quando la vittima viene catturata, il persecutore inizia in modo subdolo a influenzarla, a dirigerla, senza che lei se ne accorga: pensa di essere libera ma in realtà non lo è. Il persecutore inizia a chiedere sempre di più, pretende di essere al centro dell’attenzione e i desideri dell’altro diventano via via secondari. La carriera lavorativa, i bisogni propri, le amicizie e gli affetti esterni al legame perverso si annientano progressivamente.

Giorno per giorno il carnefice prende potere sull’altro e lo domina.

Una solitudine pericolosa

Il comportamento vago e misterioso del persecutore, il linguaggio usato in modo poco comprensibile, il tono freddo, sarcastico, con un uso quotidiano di frasi che tendono a umiliare l’altro e a farlo dubitare di sé, le bugie accompagnate da brevi momenti di lode e benevolenza: questi sono gli elementi strategici dell’inganno perverso che va sotto il nome di gaslighting.

La vittima può essere una persona brillante e affermata nel lavoro e nella vita di relazione, ma ha una fragilità: non crede abbastanza in sé stessa e ha bisogno di uno sguardo dell’altro che le restituisca un’immagine valida di sé. Teme di non valere abbastanza e l’angoscia dell’abbandono è sempre presente. Per questo resta così affascinata dalle capacità seduttive del persecutore narcisista, che in un primo tempo sembra darle il riconoscimento che cerca.

In questo legame perverso ogni guizzo di ribellione viene sedato giorno dopo giorno attraverso lo screditamento; la vittima pian piano si passivizza, si chiude e si isola dal mondo circostante perché avvolta nel dubbio sulla sua persona e sulle sue capacità di giudizio.

Da questa solitudine e insicurezza nascono anche le difficoltà maggiori a uscire da questa condizione patologica.

Poco a poco, il persecutore infatti convince la vittima che gli altri sono bugiardi, o che lei è così matta che non desiderano la sua compagnia, paralizzandola quindi dal chiedere aiuto.

In questa fase iniziano i malesseri e i sintomi come cefalee, insonnia, inappetenza, ansia e depressione, con frequente ricorso all’alcol o addirittura al suicidio.

Tutto questo scenario si complica se nella coppia ci sono dei figli, che diventano veicoli ignari di violenza indiretta verso le parti della coppia. Il padre manipolatore è spesso seduttivo e compiacente con i figli; la madre incapace, sottomessa e infelice.

Raramente le vittime chiedono aiuto perché consapevoli di essere al centro di una relazione malsana, ma può capitare che chiedano l’aiuto di uno specialista per delle somatizzazioni come la cefalea o l’insonnia.

I profili penali del gaslighting

Ad oggi, in Italia il gaslighting non è un reato riconosciuto dal codice penale, tuttavia alcuni atti persecutori possono essere ricondotti ad altre normative poste a difesa della persona: ad esempio all’articolo 612 del codice penale o al 612 bis.

Una difesa psicologica e legale è quindi possibile, quando il problema viene riconosciuto e affrontato.

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