Milano – Il periodo di lockdown per il COVID-19 ha portato un aumento dell’abuso di droghe: diversamente da quello che si sperava, le limitazioni ai movimenti e agli scambi sociali ha favorito la ricerca degli effetti gratificanti delle sostanze d’abuso, invece che portare a un cambio del proprio regime di vita nella direzione di una maggior cura di sé. Addirittura, i consumatori di droghe sono aumentati e sono aumentate le sostanze disponibili e quelle sperimentate.

Le tendenze rilevate sull’abuso di psicofarmaci lasciano supporre che anche in questo caso vi sia stato un aumento dell’abuso di tranquillanti.

Tradizionalmente l’Italia non è tra i Paesi Europei dove il consumo di psicofarmaci è più elevato, anzi si colloca al di sotto della media dei Paesi Ocse, pur avendo registrato – nel caso degli antidepressivi – un raddoppio tra il 2000 e il 2015.  Secondo le stime dell’OSMed (Osservatorio Medico) nel 2019 il consumo di benzodiazepine a effetto ansiolitico è cresciuto del 2,5% e per quelle a effetto ipnotico la crescita è stata del 7%. Insieme rappresentano oltre il 90% del consumo della categoria e si collocano al primo e al quinto posto in termini di spesa tra i medicinali di fascia C ovvero a totale carico del paziente con una spesa di oltre 350 milioni all’anno. Ogni giorno vengono consumate 50 dosi di benzodiazepine per 1.000 abitanti; poco meno le dosi di antidepressivi: 40 al giorno per 1.000 abitanti.

In questi mesi di emergenza Covid-19, i dati disponibili fotografano un’ulteriore accelerazione del consumo di questi farmaci con tassi di crescita di oltre il 4% registrati nei primi sei mesi del 2020 nonostante i timori del contagio abbiano drasticamente limitato la frequentazione degli studi medici ed ancor più delle strutture ospedaliere. Basti pensare al riguardo che, secondo una ricerca condotta da Medipragma, se a febbraio 2020 il medico di medicina generale visitava in media 21 pazienti al giorno, nei mesi successivi (aprile/maggio) la media giornaliera è scesa a soli 7 pazienti.

Le persone inattive e i disoccupati tra i 35 e i 64 anni sono maggiormente soggetti ad ansia e depressione cronica (11%) rispetto agli occupati (3,5%) seppure i dati disponibili rilevino l’abuso grave di psicofarmaci (cioè oltre 5 volte la dose terapeutica) particolarmente frequente fra i professionisti ed i manager di alto livello. L’uso di benzodiazepine aumenta poi di pari passo con l’età fino ad arrivare, nelle case di riposo, al 54% degli anziani ricoverati.

L’abuso di benzodiazepine non è un problema solo italiano. Il World drug report della Unodc, (il report sulla droga a cura delle Nazioni Unite) 2018 e 2019, lo considera una delle minacce emergenti di salute pubblica, inserendo le benzodiazepine tra le prime tre sostanze di abuso comunemente usate in 40 Paesi.

“Le benzodiazepine non comportano rischi di mortalità anche in caso di sovradosaggio se assunte da sole, per cui sono maneggiate con disinvoltura ed è possibile ottenerle abbastanza facilmente anche al di fuori delle modalità previste dalla Legge – dice Emanuele Bignamini, membro del Comitato Scientifico di IEuD – Sono i farmaci per cui il ‘consiglio del vicino di casa’ costituisce una modalità d’accesso frequente che salta la valutazione medica. Nonostante l’apparente innocuità e la disinvoltura con cui sono maneggiate, sono spesso associate alle morti per overdose da più sostanze, spesso combinate con analgesici, oppioidi e alcol”.

La larga diffusione e la capacità delle benzodiazepine di dare sollievo immediatamente e senza particolare tossicità induce i medici a prescriverle con larghezza e i pazienti ad assumerle volentieri; però l’uso prolungato genera un fenomeno di “tolleranza” verso il farmaco per cui il disturbo originario, come l’ansia o l’insonnia, ricompare facilmente. Dall’uso terapeutico si può quindi passare ad un abuso in cui il paziente si “autocura” con dosi eccessive e inadeguate e con assunzioni improprie, alla ricerca del benefico effetto iniziale. La dipendenza che si struttura a seguito dell’abuso è molto difficile da superare, tanto che alcuni studi danno come percentuale di successo il 13% a tre anni e richiede un supporto specialistico qualificato.

Anche le persone con problemi di droghe (eroina, cocaina, alcol) hanno la tendenza ad abusare di benzodiazepine sia per attenuare eventuali crisi di astinenza, sia per potenziare gli effetti delle droghe, sia per recuperare alcune funzioni fisiologiche come il sonno, sia per ridurre le sensazioni sgradevoli delle droghe, come l’irritabilità e la rabbia da cocaina.

Le benzodiazepine agiscono su uno stato d’animo molto diffuso e connaturato alla vita di chiunque: l’ansia, la paura, l’insicurezza, che portano insonnia, agitazione, blocco del pensiero e dell’azione, pensieri prevalenti di natura sgradevole; frequenti sono poi le sensazioni associate, come senso di stanchezza, mancanza di lucidità, irritazione, calo della performance.

La crisi portata dal COVID-19 ha esasperato questi elementi di base, portando in primo piano paure, sfiducia, preoccupazioni, rabbia, frustrazione e tristezza, accompagnate dalla sensazione di essere immersi in un sistema sociale e politico non in grado di gestire la situazione, di rassicurare adeguatamente sui pericoli e di proteggere a sufficienza dai danni. L’impreparazione a livello politico e sanitario a comprendere ciò che stava succedendo ha prodotto informazioni caotiche e contraddittorie, favorendo un approccio ideologico e manipolativo piuttosto che una riflessione razionale.

Questo scenario ha creato le condizioni di base per lo sviluppo dei sintomi e dei disturbi che portano alla richiesta di sollievo attraverso l’uso di psicofarmaci. Non solo è presente il rischio di abuso e di dipendenza, ma soprattutto si consolida l’automatismo per cui si pensa che per ogni problema ci debba essere una soluzione tecnica, quale è un farmaco. Questo meccanismo è il cuore della dipendenza: invece di cercare sollievo nelle relazioni umane, lo si cerca in qualcosa di concreto che sommerge il malessere e che si pensa di poter controllare da soli. L’isolamento e il distanziamento sociale cui siamo stati costretti durante il lockdown ha senz’altro favorito questa mentalità, facilitando il radicamento di un modo di pensare che amplifica il rischio di dipendenza.

“Andrebbe riscoperto e valorizzato il rapporto tra le persone e la capacità di comunicare – dice Emanuele Bignamini – anche sul piano della terapia delle dipendenze, l’approccio farmacologico andrebbe sempre accompagnato da un percorso di riflessione su di sé e sul proprio modo di vivere”.

Emanuele Bignamini, membro del Comitato Scientifico IEuD, Medico Chirurgo, perfezionato in Medicina Psicosomatica, specialista in Psichiatria, Psicoterapeuta e Analista Didatta. È stato Direttore del Dipartimento Dipendenze a Torino, che ha ottenuto numerosi riconoscimenti di eccellenza tra cui, nel 2001, il primo premio assoluto del “Forum PA – Sanità” dal Ministero della Sanità. Per il Ministero della Giustizia ha coordinato il tavolo nazionale “Vulnerabilità e Dipendenze”. È stato Presidente della sezione Piemonte e Valle d’Aosta della Società Italiana Tossicodipendenze, e per la Federazione dei Servizi delle Dipendenze FEDERSERD è stato Presidente della federazione Piemonte e Valle d’Aosta, membro dell’Ufficio di Presidenza nazionale, Direttore del Comitato Scientifico Nazionale. È docente di Psicopatologia e Clinica delle Dipendenze presso la Scuola Adleriana di specializzazione in Psicoterapia, ha insegnato in diversi Master universitari sulle Dipendenze, svolge supervisioni e formazione per Servizi Dipendenze pubblici e privati in Italia e ha tenuto decine di relazioni a congressi nazionali e internazionali. Ha pubblicato circa 150 lavori scientifici a livello nazionale e internazionale, tra cui diversi libri.

IEuD (Istituto Europeo per il trattamento delle Dipendenze) è un Istituto all’avanguardia per il trattamento delle dipendenze. Fondato a Milano nel 2016 ha in questa città la sua sede ma si caratterizza per innovativi percorsi di cura “da casa” usando le nuove tecnologie. Priorità di chi è affetto da una dipendenza è proteggere con particolare attenzione la propria vita privata e la propria identità durante il percorso terapeutico, per questo IEuD ha attivato numerosi protocolli di tutela della privacy.

IEuD sintetizza la sua “mission” nella frase “INSIEME A NOI, DIVENTI FORTE” poiché ogni grande progetto di vita ha bisogno che i propri sforzi siano ottimizzati e sostenuti. IEuD è come un personal trainer che aiuta chi lo desidera ad affrontare un percorso di cambiamento